ARROGANTI E PATETICI
Si sono appena svolte le elezioni anticipate per il rinnovo dei due rami del Parlamento borghese, che hanno visto – anche se al momento i dati ufficiali del Ministero degli Affari Interni non sono ancora definitivi – il trionfo della destra radicale e fascista, e già si assiste alle prime ardite dichiarazioni da parte degli sconfitti.

Nella notte, appena arrivano i primi risultati consolidati, giunge nella sala stampa del Nazareno la vicesegretaria Debora Serracchiani – il capo politico del Partito Democratico dovrebbe esporsi soltanto alle successive ore undici – per raccontare a modo suo l’andamento delle consultazioni: lo fa, senza però specificare bene il proprio pensiero.
La politicante romana, dopo aver dato atto agli avversari di essere – grazie alla legge elettorale voluta da Ettore Rosato, esponente renzista all’epoca capogruppo alla Camera dei Deputati per i sedicenti democratici – «la maggioranza in Parlamento ma non nel Paese», si lancia in una dichiarazione che si potrebbe definire azzardata.
Ella sostiene che quella di cui fa parte sarebbe «la prima forza di opposizione in parlamento e la seconda forza politica»: ciò corrisponderebbe alla verità se si riferisse alla lista “PD – Italia Democratica e Progressista”, ma il sospetto è che la sua intenzione sia quella di fare proprio l’intero fallimentare risultato.
Peccato che non possa in alcun modo scindere le preferenze che sarebbero state date al suo partito, in caso la coalizione avesse optato per presentare i diversi simboli, da quelle ottenute dai suoi alleati: Articolo Uno-Movimento Democratico e Progressista, Democrazia Solidale (Demos), e Partito Socialista Italiano.
Alcune ore dopo è la volta del responsabile politico, Enrico Letta, di organizzare un incontro con i giornalisti: un’ottima cosa, se non fosse che – a differenza della sua numero due – pur ammettendo la sconfitta, imputa la stessa a Giuseppe Conte, che ha fatto cadere il governo Draghi, ed alla presenza della lista Calenda che ha oggettivamente aiutato la destra radicale e fascista.
Insomma, un patetico tentativo di autoassoluzione appena mitigato dalla decisione di non rassegnare le proprie dimissioni, in modo da traghettare il Partito Democratico fino al congresso della prossima primavera, al quale costui si presenterà ovviamente dimissionario e contemporaneamente indisponibile a ripresentare la propria candidatura.
Bosio (Al), 27 settembre 2022
Stefano Ghio - Proletari Comunisti Alessandria/Genova
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